Costruisci nella tua città un comitato per i diritti umani
10 Set 2008
Costruisci nella tua città un comitato per i diritti umani
Ai Presidenti e responsabili
delle associazioni e organizzazioni
in indirizzo
Oggetto: Costruisci nella tua città un comitato per i diritti umani
Cari amici,
mancano poco meno di 100 giorni al 10 dicembre, giorno in cui la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani compirà 60 anni. Quel giorno vogliamo realizzare insieme una grande giornata d'azione per i diritti umani, con centinaia di iniziative in tutto il paese.
In vista di questo appuntamento, vi invitiamo a costituire nella vostra città un "Comitato per il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" coinvolgendo in particolar modo i giovani, le scuole, le associazioni, le organizzazioni sindacali, le parrocchie, il Comune, la Provincia e tutte le istituzioni interessate del vostro territorio.
Il Comitato potrà definire un piano di lavoro cittadino teso a suscitare il più ampio coinvolgimento dei cittadini. Il comitato potrà: (1) promuovere l'educazione ai diritti umani e alla pace nelle scuole; (2) organizzare insieme una o più manifestazioni cittadine il 10 dicembre; (3) invitare tutti i cittadini ad appendere alla finestra della propria casa la bandiera dei diritti umani; (4) sollecitare i media locali ad occuparsi dei diritti umani; (5) scrivere insieme "l'agenda politica locale dei diritti umani" definendo quali azioni politiche sono necessarie per meglio tutelare i diritti umani nella propria città.
Vi invitiamo inoltre a comunicarci le vostre decisioni e le iniziative che organizzerete.
Tutte le attività promosse in vista del 10 dicembre saranno pubblicate sul sito dei diritti umani www.perlapace.it.
Augurandovi buon lavoro, vi inviamo i nostri più cordiali saluti.
Flavio Lotti e Grazia Bellini
Coordinatori nazionali
Tavola della pace
Perugia, 7 settembre 2008 - All'indomani della violenta carica della polizia contro i pacifisti di Vicenza, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
"La violenza con cui la polizia di Vicenza ha attaccato ieri una pacifica iniziativa del comitato di cittadini che si oppone alla costruzione della nuova base americana sul proprio territorio è un fatto gravissimo. Una grave violazione dei diritti umani e della democrazia.
Voglio esprimere tutta la mia personale solidarietà alle numerose persone ferite, alle loro famiglie e agli organizzatori della manifestazione.
Che bisogno c'era di attaccare a freddo una manifestazione che aveva ricevuto tutte le autorizzazioni e che non minacciava nessuno? Che bisogno c'era di usare la violenza, i manganelli, i calci, gli insulti?
Se questo è il modo con cui il questore di Vicenza (sarebbe utile sapere se si è trattato di una iniziativa personale o se corrisponde ad una precisa direttiva del governo italiano) ha deciso di affrontare le proteste dei cittadini che da tempo si oppongono con ogni mezzo pacifico alla costruzione della nuova base, la condanna di tutti i democratici non deve conoscere esitazioni.
Mi auguro che se ne discuta rapidamente in Parlamento, che venga faccia luce sui fatti e sulle responsabilità, che siano assunte tutte le misure necessarie a che fatti simili non debbano più ripetersi.
Il referendum con cui il prossimo 5 ottobre i vicentini saranno chiamati a dire la loro sulla base si deve svolgere in un clima sereno. Nessuno si può permettere di innalzare la tensione".
Per contatti stampa:
Floriana Lenti cellulare: 338/4770151
Ufficio Stampa Tavola della pace
tel. +39 075 5734830 Fax +39 075 5739337
email: stampa@perlapace.it sito: www.perlapace.it
Il G8, che allora era il Gruppo dei Sei, nacque a metà degli anni Settanta come risposta dei maggiori paesi industrializzati al primo choc petrolifero, l'embargo dell'Opec durante la guerra del Kippur.
Più di trent'anni dopo questo embrione di governo globale si ritrova alla casella di partenza.
E' di nuovo alle prese con una gravissima crisi energetica, che propaga il virus dell'inflazione su tutto il pianeta, senza aver fatto passi in avanti per ridurre la nostra dipendenza dagli idrocarburi. L'agenda dei temi che hanno dominato l'ultimo vertice sull'isola di Hokkaido è la fotografia di un monumentale fallimento. La mancanza di una politica per il risparmio energetico e la diversificazione delle fonti ci presentano il conto. Negli Stati Uniti la General Motors è sull'orlo della bancarotta e la sua capitalizzazione di Borsa è stata superata da una catena di caffè (Starbucks). Il crollo dell'industria automobilistica nel Paese più motorizzato del mondo è uno dei segnali di collasso di uno stile di vita e un modello di consumi insostenibile. American Airlines e United, le due più grandi compagnie aeree, stanno licenziando migliaia di dipendenti. Insieme con l'era dei Suv tramonta anche il periodo in cui gli americani prendevano l'aereo come un autobus. Vengono al pettine i nodi del "ventennio sprecato": a iniziare dalla presidenza di George Bush padre, l'America ha rinunciato a essere il laboratorio di una nuova modernità, ha scartato le strade per creare ricchezza senza distruggere le risorse naturali del pianeta. I risparmi energetici che ci furono dopo lo choc degli anni Settanta, sono stati annullati dagli anni Novanta a oggi. Nello stesso momento in cui il petrolio è giunto a 145 dollari a barile, George Bush è andato a Toyako a sostenere due posizioni inconciliabili. Da una parte è stato contrario ad allargare in tempi rapidi il G8 per includervi Cina e India. D'altra parte lui stesso ha ammonito che un'azione seria contro il cambiamento climatico è impossibile senza coinvolgere Cina e India, i nuovi giganti anche nell'emissione di Co2. Le potenze asiatiche hanno reagito con fastidio. Con appena il 4% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti continuano a consumare un quarto di tutto il petrolio. A Pechino, la città con il più alto reddito pro capite della Repubblica Popolare, gli ingorghi automobilistici sono già una realtà quotidiana, e tuttavia ci sono solo 3,5 milioni di autovetture per 18 milioni di abitanti. Se avessimo noi questo tasso di motorizzazione privata, le nostre metropoli sarebbero delle grandi isole pedonali. Cina e India non accettano di essere additate come i "principali sospetti" per il terremoto inflazionistico che sconvolge i mercati di tutte le materie prime.
Un capolavoro d'ipocrisia è andato in scena il primo giorno a Toyako con l'Africa-Day: la decisione di aprire il G8 discutendo con i Paesi poveri la crisi alimentare di cui sono le vittime più vulnerabili. Molti Stati africani hanno classi dirigenti disastrose; non così ingenue, però da non aver colto una singolare coincidenza: ci siamo improvvisamente ricordati di loro da quando sono attratti verso la sfera d'influenza del neo-impero cinese. Dal Sudan allo Zimbabwe, le dittature criminali che fanno notizia sono quelle che hanno stretto maggiori rapporti economici, politici e militari con Pechino. La lista di aguzzini dei popoli africani è un po' più lunga. Si parla meno di quelli che restano vassalli di Washington, Londra o Parigi. Quando i leader del G8 discutono i terribili effetti del caro-cibo, nella lista delle cause rispuntano regolarmente i "forsennati" aumenti dei consumi alimentari asiatici. Guai però a toccare i sussidi per il bioetanolo su cui Obama e McCain si giocano i voti dei farmers nel Midwest. E' sparita dall'orizzonte la famigerata politica agricola comunitaria, quasi che non esistesse più. Invece continua ad assorbire quasi metà dell'intero bilancio dell'Unione europea. La Pac resta una politica protezionista con forti effetti distorsivi sui mercati mondiali e i flussi di approvvigionamento. E' stata storicamente un ostacolo al decollo economico africano; una barriera contro l'accesso dei produttori più poveri ai consumatori europei. "L'uomo della rottura", Nicolas Sarkozy, appena divenuto presidente ha difeso lo status quo agricolo, una rendita di cui la Francia è la principale beneficiaria. I leader del G8 sembrano davvero non capirlo, anche se i numeri parlano da soli: le politiche del G8 sui biocarburanti rappresentano il 75% del problema, eppure nella dichiarazione finale i leader li hanno menzionati appena. La Banca Mondiale nel suo rapporto A Note on rising food prices(8 aprile 2008), diffuso dal quotidiano inglese The Guardian, attribuisce il 75% dell'aumento dei prezzi dei cereali alla richiesta di biocarburanti. Intanto i prezzi del cibo sono cresciuti dell'83% rispetto al 2005 e hanno costretto 100 milioni di persone a vivere con meno di un dollaro il giorno. Tra i punti principali della dichiarazione vi sono un partenariato globale con le Nazioni Unite e altre istituzioni internazionali per sostenere i piani a sostegno del cibo e dell'agricoltura nei paesi in via di sviluppo. Il partenariato prevede anche l'elaborazione di un'analisi scientifica. Si fa menzione di un'inversione di tendenza della diminuzione dell'aiuto in agricoltura. Non si fanno però cifre. Seguono inoltre gli annunci della creazione di un Gruppo di Esperti del G8 per sostenere il neonato Panel di alto livello per la crisi alimentare delle Nazioni Unite, dell'assicurazione di compatibilità della produzione sostenibile di biocarburanti con la sicurezza alimentare e dell'accelerazione dello sviluppo di biocarburanti di seconda generazione. I numeri della crisi ci dicono che un Suv alimentato a etanolo ricavato dal mais potrebbe nutrire una persona per un anno. Le popolazioni meno abbienti hanno speso a oggi almeno metà del loro reddito per acquistare cibo.
Nell'ultimo vertice il tentativo dei leader del G8 di fare marcia indietro sulle promesse riguardanti l'aiuto pubblico allo sviluppo (APS) ha avuto un effetto boomerang. A due anni dalla scadenza prevista nel 2010, i leader del G8 devono ora fornire nuove risorse per un totale di 50 miliardi di dollari in più l'anno, come si erano impegnati a fare a Gleneagles. Il mondo prende queste promesse sul serio, anche se i leader del G8 non fanno lo stesso. 25 miliardi sono spiccioli per gli otto grandi, ma per le popolazioni dell'Africa possono significare un futuro migliore. Ora grava sull'Italia una duplice responsabilità: la prima è di dimostrare la propria affidabilità poiché membro europeo del G8. Dei 50 miliardi di dollari in più l'anno, 40 proviene dall'Europa. L'Italia gioca perciò un ruolo decisivo nel mantenere questo impegno. La seconda è di aumentare in modo consistente l'APS italiano, che dovrebbe arrivare allo 0,51% del PIL entro il 2010, mentre è ora fermo allo 0,19%. Al G8 della Maddalena, l'anno prossimo, l'Italia sarà chiamata ad assumere la leadership su entrambi i fronti. E' stato ripresentato l'impegno preso a Gleneagles tre anni fa di fornire nuovi aiuti nella misura di 50miliardi di dollari in più all'anno entro il 2010. Metà di questa cifra è destinata all'Africa. Non si dice nulla, però, sui passi da fare per imprimere un'inversione di tendenza al livello globale degli aiuti, che stanno scendendo dal 2006. Il comunicato finale diffuso dal G8 specifica che i 60 miliardi di dollari, promessi a Heiligendamm per le malattie infettive e la salute, saranno stanziati in un periodo di 5 anni. Distribuiti su quest'arco temporale, i 60 miliardi di dollari rappresentano, nella migliore delle ipotesi, un aumento minimo degli attuali aiuti in ambito sanitario, se non addirittura una diminuzione. La realtà dei fatti ci presenta un altro scenario. Se il trend attuale degli aiuti rimarrà invariato, i leader del G8 non manterranno le loro promesse e si produrrà un buco di 30 miliardi di dollari. Questo potrebbe costare la vita a 5 milioni di persone, al ritmo di 30mila bambini il giorno che muore a causa della povertà estrema. Se si considerano gli aiuti stanziati dal G8 in termini percentuali, il livello attuale è più basso di quanto era negli anni Sessanta. Nel 2007, gli otto grandi hanno stanziato il 14,1% in meno per lo sviluppo rispetto al 2006. Gli otto paesi sono riusciti a mobilitare oltre mille miliardi di dollari per arginare la crisi finanziaria negli ultimi 8 mesi; eppure non riescono a trovare un ventesimo di quella cifra per mantenere le loro promesse di aiuto.
A questo ritmo, entro il 2050 il pianeta sarà già "bruciato" e i leader G8 di oggi saranno solo un lontano ricordo. L'appoggio di un modesto obiettivo sul clima - riduzione delle emissioni del 50% entro il 2050 - ci lascia con il 50% di probabilità di un disastro climatico. Piuttosto che una novità, l'annuncio finale dei leader G8 rappresenta un altro esempio di temporeggiamento senza termine, che non fa nulla per ridurre il rischio affrontato oggi da milioni di persone povere. Attingere le risorse per i Fondi d'investimento nel Clima amministrati dalla Banca Mondiale dall'Aiuto pubblico allo Sviluppo (APS), quando i livelli di aiuto globale stanno diminuendo invece di aumentare, è palesemente ingiusto. Ogni dollaro che è dirottato all'adattamento ai cambiamenti climatici è un dollaro sottratto ai farmaci essenziali, ai libri di testo e ad altri fattori cruciali di sviluppo. I punti principali del comunicato sono il dimezzamento delle emissioni di gas serra entro il 2050, senza però alcuna indicazione dell'anno di riferimento. I 6 miliardi di dollari promessi per i Fondi d'investimento nel Clima amministrati dalla Banca Mondiale saranno attinti dall'APS globale mentre non vi è stato nessun accordo su quando le emissioni raggiungeranno il culmine e quando cominceranno a scendere. Non è stato stabilito nessun target a medio termine sulla riduzione delle emissioni, ma soltanto un vago traguardo. Lo stato attuale del Pianeta ci raccomanda che per evitare conseguenze catastrofiche, le emissioni globali devono raggiungere il loro picco entro il 2015 per poi ridursi di almeno l'80% rispetto alla quantità emessa nel 1990 entro il 2050. Nei paesi ricchi inoltre le emissioni devono ridursi del 25-40% rispetto alla quantità emessa nel 1990 entro il 2020 mentre per l'adattamento al mutamento climatico dei paesi in via di sviluppo, si stima che sia necessario tra i 50 e gli 86 miliardi di dollari l'anno. Cina e India hanno guidato l'opposizione dei paesi emergenti alla proposta degli otto paesi più industrializzati a ridurre del 50% le emissioni nocive entro il 2050. E, in qualche modo, leggendo i punti del comunicato, gli emergenti l'hanno spuntata. All'incontro hanno partecipato i leader del G8 (Usa, Russia, Francia, Germania, Italia, Giappone, Canada, Gb) e quelli di Cina, India, Brasile, Messico, Sudafrica, Australia, Indonesia e Corea del Sud per discutere come combattere l'effetto serra. Un "otto più otto", dunque che, però, sembra aver partorito un "topolino" ambientale. Nella dichiarazione si è infine sottolineata la volontà di "continuare a lavorare insieme per rafforzare la convenzione di Bali" e di adottare successive decisioni alla prossima convenzione di Copenaghen del novembre 2009, che dovrà disegnare il post - Kyoto.
Vedremo! Altra caratteristica non meno importante dell'ultimo vertice in Giappone è stata l'assenza di un padrone di casa. Il governo giapponese è stato un fantasma. Eppure il Giappone resta una grande potenza tecnologica, all'avanguardia nel risparmio energetico: è il Paese che consuma meno petrolio in proporzione al suo Pil. Non a caso è l'invasione della Toyota Prius ibrida in California ad aver segnato la fine dell'Hummer (il blindato da combattimento con cui le mamme di Beverly Hills accompagnavano i bimbi a scuola). Per capire le radici della carenza di leadership nipponica basta osservare che a Toyako i nostri cellulari non funzionano. Il Giappone è l'unico Paese, con la Corea del Nord e la Birmania, dove è inutile portarsi un telefonino europeo, americano o cinese. Rimane pervicacemente protezionista, mantiene mille barriere invisibili contro gli investimenti stranieri, cioè contro la concorrenza. Nell'attuale crisi di consenso verso la globalizzazione, la lezione del Sol levante è chiara: quindici anni di depressione economica sono il bilancio di una mentalità da fortezza insulare.
L'attenzione del mondo si sposta adesso sull'Italia, che a gennaio assumerà la presidenza del G8. Sulla strada che conduce al G8 italiano, saranno tuttavia diversi gli appuntamenti in cui l'Italia potrà dimostrare la sua volontà. Mantenere gli impegni sottoscritti in varie sedi internazionali, è un obiettivo a portata di mano. Per rispettare le promesse fatte in sede di Unione Europea, infatti, l'Italia dovrebbe stanziare 6,403 miliardi di euro entro il 2010, pari allo 0,51% del PIL (112 euro per abitante). Meno della metà di quanto gli italiani spendono in un anno in calzature° (15,338 miliardi di euro, 260 euro per abitante); molto meno di quanto spendiamo per andare dal barbiere e dal parrucchiere (10, 947 miliardi, 185 euro per abitante); circa un miliardo di euro in meno della spesa annuale in acque minerali, bevande gassate e succhi di frutta (7,849 miliardi di euro, 127 euro per abitante). In concreto, l'Italia dovrebbe aumentare l'Aps di 3,932 miliardi di euro entro il 2010, avendo stanziato finora 2,471 miliardi di euro, pari allo 0,19% del PIL. Una cifra di poco superiore a quanto gli italiani spendono ogni anno per acquistare tessuti e biancheria per le loro case (3.165milioni di euro, 54 euro per abitante). I prossimi dodici mesi saranno cruciali per capire quale sarà il reale impegno dei paesi industrializzati nella lotta alla povertà. Con quale peso politico si presenterà l'Italia al summit ONU sulla povertà, in programma a settembre, se nella prossima finanziaria confermerà il taglio dei fondi per la cooperazione allo sviluppo? Sì perché l'Italia ha fatto di nuovo marcia indietro sull'Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS). Con il voto sul Decreto di programmazione economica e finanziaria (Dpef), la Camera dei deputati e il Senato hanno approvato un taglio annuale di 170 milioni di euro nel triennio 2009-2011. Ci si augura invece che il governo stanzi nuovi fondi per rispettare gli impegni e rilanciare il ruolo dell'Italia nella lotta alla povertà. Spetta all'Italia, infatti, poiché presidente di turno del G8, dare l'esempio agli altri paesi. Ad esempio, durante il G8 giapponese, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha annunciato che l'Italia stanzierà 1,57 miliardi di euro per la salute globale nell'arco di 5 anni, ma non è ancora chiaro da dove proverrà questa somma.
° Dati riferiti al 2006, Fonte Confcommercio, Rapporto Consumi, gennaio 2008.
Da oggi, 1 settembre, mancano 100 giorni al 10 dicembre
60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
100 giorni per mettere al centro
i diritti umani
Flavio Lotti: l'emergenza diritti umani o ci coinvolge o ci travolge. Appendiamo la bandiera dei diritti umani alla finestra di casa. Costituiamo in ogni città, un "Comitato per i Diritti Umani"
"E se nei prossimi 100 giorni ci impegnassimo tutti a difendere e promuovere i diritti umani? Tutti, da oggi al 10 dicembre. Nelle nostre città, nei nostri quartieri, nelle nostre scuole, nei posti dove lavoriamo, in Parlamento, in TV e sui giornali." Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, lancia un nuovo appello a mettere i diritti umani al centro delle nostre attenzioni, della società, della politica e dell'informazione. "Non c'è solo la Cina. C'è un mondo di diritti violati. Ci sono la Georgia, la Russia, l'Afghanistan, i migranti... e c'è anche casa nostra dove c'è molto da fare per difendere e assicurare il rispetto dei diritti umani. Il calendario ci dà una mano. Da oggi, 1 settembre, mancano esattamente 100 giorni al 10 dicembre, data in cui tutto il mondo celebrerà il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
A molti, continua Flavio Lotti, non gliene fregherà proprio niente. Non sanno neanche cosa sono i diritti umani e men che meno sanno cos'è la Dichiarazione Universale. Non sanno che quel documento, scritto all'indomani di quella spaventosa tragedia della seconda guerra mondiale, parla di loro e dei loro diritti fondamentali. E che ottenere il loro rispetto per sé e per gli altri renderebbe questa nostra esistenza un po' migliore. Alcuni altri si riempiranno la bocca di espressioni retoriche e, così facendo, cercheranno di nascondere le proprie responsabilità e omissioni. Altri ancora (i sociologi dicono: una minoranza) cercheranno di cogliere anche questa opportunità per fare qualcosa di concreto. In ogni caso varrebbe la pena di ricordare a tutti che l'emergenza diritti umani o ci coinvolgerà o ci travolgerà.
A 100 giorni dal 10 dicembre 2008, la Tavola della pace rilancia alcune proposte d'impegno a partire da un gesto semplice che possono fare tutti con un po' di coraggio e senza troppa fatica, come appendere la bandiera dei diritti umani alla finestra (di casa, dell'ufficio, del Comune) o acquistare e indossare la maglietta dei diritti umani. E' un modo semplice per dare voce ai diritti umani, per indicare in modo chiaro una scelta, una priorità e un impegno personale. Non è poco. Se lo facessero tutti, le cose andrebbero già in un altro modo."
La Tavola della pace invita inoltre a costituire, in ogni città, un "Comitato per il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" coinvolgendo in particolar modo i giovani, le scuole, le associazioni, le organizzazioni sindacali, le parrocchie, il Comune, la Provincia e tutte le istituzioni interessate. Il Comitato potrà definire un piano di lavoro cittadino teso a suscitare il più ampio coinvolgimento dei cittadini. Alcune idee di base: (1) promuovere l'educazione ai diritti umani e alla pace nelle scuole; (2) organizzare insieme una o più manifestazioni cittadine il 10 dicembre; (3) sollecitare i media locali ad occuparsi dei diritti umani; (4) scrivere insieme "l'agenda politica locale dei diritti umani" definendo quali azioni politiche sono necessarie per meglio tutelare i diritti umani nella propria città.
Tutte le attività promosse in vista del 10 dicembre saranno pubblicate sul sito dei diritti umani www.perlapace.it.
A peste, fame et Bello libera nos Domine. Una nuova guerra, nel Caucaso. Che dire?
02 Set 2008
A peste, fame et Bello libera nos Domine. Una nuova guerra, nel Caucaso. Che dire?
di Renato Sacco
22 agosto 2008
Una nuova guerra, nel Caucaso. Che dire? I commenti sono tutti molto preoccupati... le strategie, gli equilibri, le alleanze, la Nato, i passi indietro, le possibili rotture tra Europa, Russia e Usa... e così via.
È cronaca di questi giorni. Gli esperti osservatori internazionali scrivono, commentano...
Una cosa è sotto gli occhi di tutti: non ci si scandalizza proprio più della guerra. È quasi "normale". Certo ci sono le preoccupazioni... ma non si avverte quasi più lo scandalo, la follia per aver scelto ancora una volta lo strumento 'GUERRA' per risolvere una controversia.
La guerra diventa un modo sempre più possibile e accettato per affrontare le situazioni difficili.
Quanti i morti? Gli stessi giornalisti sul posto confermano che, di questa guerra, su di essi si sa poco o niente. Sia quelli uccisi dai militari della Georgia sia quelli uccisi dai militari Russi. Ma d'altronde si sa, nella guerra, in tutte le guerre, mica si deve stare a guardare queste cose... un po' sentimentali. Bisogna essere uomini... veri. E la guerra è guerra. Che poi vengano usate anche le micidiali 'cluster bombs', bombe a grappolo, poco importa. Anzi, sarà il caso, dice qualcuno, di aumentare gli investimenti per gli armamenti, per i missili e quant'altro. Tutto già ben risaputo.
Ed è pericoloso ricordare che papa Giovanni XXIII diceva che queste cose erano 'robe da matti' (alienum est a ratione)!!! Sì, perché si rischia di essere presi per matti o cose simili, sognatori o disfattisti...
Per fortuna a rappresentare il nostro ministro degli Esteri, impegnato in altri lidi, all'incontro europeo sulla guerra in Caucaso è andato il sottosegretario Vincenzo Scotti. Proprio lui, che nel lontano 1991, quando era ministro degli Interni, aveva ricordato un'antica invocazione latina: «A peste, fame et Bello libera nos Domine» (Liberaci, Signore, dalla peste, dalla fame, dalla guerra).
C'è da sperare... in un serio impegno contro la guerra?
A dire il vero, quella frase non era stata pronunciata contro la guerra... (in latino bellum) ma contro il vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, Tonino Bello. Il suo cognome aveva ispirato l'invocazione del ministro, giocando sul doppio significato, chiedendo al Signore che togliesse dai piedi un rompiscatole come quel vescovo, mons. Bello, che protestava contro l'accoglienza disumana riservata, nello stadio di Bari, a chi fuggiva dall'Albania.
Don Tonino lasciò passare alcuni mesi, poi scrisse una lettera privata al ministro Scotti. Quelle parole le facciamo nostre anche noi, oggi. Rinnovando il nostro impegno contro il trattamento disumano delle persone, degli immigrati in particolare, con tanto di rilevazione di impronte ai bambini Rom, e contro la logica della guerra, sempre sconfitta dell'umanità: "Vedermi deriso come una bertuccia sulla stampa nazionale per bocca del ministro degli Interni - scriveva don Tonino - è stato peggio che prendere una di quelle manganellate contro cui ho protestato. Le assicuro comunque che questo incidente non mi impedirà di incorrere nella recidiva e per giunta aggravata, qualora si dovessero presentare - Dio non voglia - analoghe situazioni in cui gli uomini vengono trattati come bestie da fiera".
Abbiamo risposto subito a quella lettera. Alle 15.30 dello stesso giovedì 24, la direzione del Corriere della Sera ha ricevuto la replica che segue, ma ha scelto di non pubblicarla. Abbiamo aspettato fino a stamani, pensando che forse il CorSera non avesse avuto materialmente spazio per pubblicarla, ma niente, nemmeno stamani. Quindi, dobbiamo concordare con la valutazione della Tavola della Pace, http://www.perlapace.it/index.php?id_article=1429 che parla di "censura".
In particolare, vi segnalo il punto 4 della replica delle associazioni:
Oltre 80.000 italiane ed italiani chiedono che l’Italia si liberi di quelle armi nucleari.
Il progetto di legge è stato assegnato alla Commissione Esteri della Camera il 22 maggio scorso. Giace, non calendarizzato, forse dimenticato. Tre dei firmatari della lettera sono membri di quella Commissione, il quarto è Presidente di quella Camera dei Deputati. Ecco una cosa che potrebbero fare da subito per dare concretezza ai sentimenti espressi nella lettera aperta pubblicata oggi sul Corriere della Sera.
Ma la replica la trovate tutta intera qui di seguito. È stata inviata venerdì 25 anche a tutti i membri della Commissione Esteri della Camera. Ma se volete inviarla anche voi, individualmente, credo che sarebbe una buona idea!
Un saluto di pace,
Lisa, per la Campagna "Un futuro senza atomiche"
Replica delle associazioni inviata il 24 luglio al Corriere della Sera.
Un mondo libero da armi nucleari è possibile!
Leggiamo questa mattina, 24 luglio, la lettera aperta di Massimo D’Alema, Gianfranco Fini, Giorgio La Malfa, Arturo Parisi e Francesco Calogero, per un mondo senza armi nucleari. La accogliamo con lo stesso interesse prestato alle precedenti lettere di Schultz, Kissinger, Perry e Nunn negli Stati Uniti, e di Hurd, Rifkind, Owen e Robertson nel Regno Unito.
Non possiamo che concordare con quanto scrivono i quattro ex-ministri italiani: “Riteniamo importante che anche dall’Italia venga un’indicazione in questo senso”. Intanto, però, ci sono delle vere e proprie emergenze nel campo della non-proliferazione e del disarmo nucleare che l’Italia potrebbe affrontare senza ulteriori indugi.
1. E’ della settimana scorsa la notizia che, nonostante l’allarme lanciato dai maggiori esperti di disarmo nel mondo, il percorso dell’accordo per uno scambio di tecnologia nucleare tra USA e India sta proseguendo. Scrivono l’Ambasciatore Jayantha Dhanapala (ex Sottosegretario Generale dell’ONU per il Disarmo) e Daryl Kimball (della statunitense Arms Control Association, anch’essa bipartisan): “Al contrario di ciò che sostengono i proponenti di questo accordo, esso non avrà affatto come effetto quello di incoraggiare l’India a perseguire un comportamento maggiormente in linea con quello previsto per gli Stati membri del Trattato di Non proliferazione. A differenza degli altri 178 Stati, l’India non ha firmato il CTBT (Trattato per la messa al bando delle sperimentazioni). Continua a produrre materiale fissile e ad espandere il proprio arsenale.”
L’accordo USA-India deve passare per l’approvazione del Nuclear Suppliers Group (gli Stati fornitori di materiale nucleare) e del Board dell’AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica). L’Italia è membro di ambedue questi consessi. In particolare, nell’NSG le decisioni vengono prese per consenso. I dubbi e le preoccupazioni anche di un solo Stato possono congelare l’accordo. L’Italia cosa farà?
2. Scrivono ancora i quattro ex ministri: “Ci rendiamo conto che la strada che condurrà all’eliminazione delle armi nucleari è lunga. Essa richiede alcune condizioni politiche. La prima è il miglioramento effettivo dei rapporti fra le superpotenze nucleari...” Concordiamo anche su questo punto. E pensiamo, però, che un primo piccolo passo per migliorare questi rapporti possa essere quello, ancor prima degli smantellamenti dei vasti arsenali nucleari statunitensi e russi, di non esacerbare ulteriormente i rapporti, come invece stanno facendo i piani per l’installazione del National Missile Defence (il cosidetto “scudo”) in alcuni territori dell’Europa. Ma su questo l’Italia è stata molto silenziosa. L’Italia potrebbe invece farsi portavoce, insieme ad altri Stati europei, della necessità di congelare ogni innovazione militare sul continente. Se perseguiamo la riduzione delle tensioni e degli armamenti, il primo passo logico dovrebbe essere quello di non aggiungere altre strutture controverse.
3. Il 1 luglio scorso, un gruppo di Europarlamentari (anche quello bipartisan!) ha promosso un appello in occasione del 40mo anniversario della firma del Trattato di Non Proliferazione, chiedendo che lo spirito di quel trattato sia finalmente realizzato. Sono passati 40 anni, si legge nell’appello, ma ancora non si è lavorato seriamente per realizzare il suo Articolo VI, “concludere in buona fede trattative … per il disarmo nucleare … sotto stretto ed efficace controllo internazionale.” A questo fine, gli europarlamentari propongono di lavorare per una Convenzione internazionale che metta al bando le armi nucleari. Dopo la messa al bando delle armi chimiche e biologiche, è tempo di farlo anche con quelle nucleari.
L’Associazione Mayors for Peace ha predisposto, in questo senso, un documento che lancia il processo detto “Protocollo di Hiroshima e Nagasaki”. L’Italia vorrà unirsi ai tanti paesi membri della Nazioni Unite che già hanno annunciato il loro sostegno, in occasione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2010?
4. Siamo molto contenti di leggere anche l’ultima parte della lettera. In effetti, “la diffusione di un nuovo modo di pensare – di una nuova “saggezza condivisa” – è un passo fondamentale in questa direzione, cui l’Italia deve contribuire.” Da molto tempo le nostre associazioni cercano di lavorare proprio in questa direzione. Saremo felici di avervi al nostro fianco! Ma, allora, perché non cominciare proprio dall’Italia?
Noi crediamo che, quando si intuisce la strada giusta, è necessario iniziare a fare ciò che è nelle proprie possibilità e capacità, per poi poter chiedere - in maniera credibile - ad altri di procedere lungo la stessa strada. In Italia ci sono 90 bombe atomiche B61, che non dovrebbero starci secondo i nostri impegni come firmatari del Trattato di Non Proliferazione. Moltissime cittadine e cittadini hanno nei mesi scorsi firmato un progetto di legge d’iniziativa popolare che chiede che l’Italia faccia esattamente questo: rimediare alle proprie violazioni.
Oltre 80.000 italiane ed italiani chiedono che l’Italia si liberi di quelle armi nucleari.
Il progetto di legge è stato assegnato alla Commissione Esteri della Camera il 22 maggio scorso. Giace, non calendarizzato, forse dimenticato. Tre dei firmatari della lettera sono membri di quella Commissione, il quarto è Presidente di quella Camera dei Deputati. Ecco una cosa che potrebbero fare da subito per dare concretezza ai sentimenti espressi nella lettera aperta pubblicata oggi sul Corriere della Sera.
Noi siamo disponibili a dare il nostro contributo.
Paolo Beni, ARCI
Albino Bizzotto, Beati i costruttori di pace
Lisa Clark, coordinamento “Un futuro senza atomiche”
Tonio Dell’Olio, Libera
Flavio Lotti, Tavola della Pace, Coordinamento Enti Locali per la Pace
Andrea Olivero, ACLI
Francesco Vignarca, Rete Italiana per il Disarmo
APPELLO: Per far fronte alla crisi ci vogliono anche i cristiani. Manifesto alla sinistra cristiana
31 Lug 2008
APPELLO: Per far fronte alla crisi ci vogliono anche i cristiani. Manifesto alla sinistra cristiana
MANIFESTO ALLA SINISTRA CRISTIANA E A QUANTI AMANO LA GIUSTIZIA
PER UN RITORNO ALLA POLITICA NEL TEMPO DELLA CRISI
Siamo tutti vittime di una disfatta della politica che, dopo la rimozione del muro di Berlino, vissuta come la vittoria ultima di una parte sull’altra, ha rinunciato a fare un mondo nuovo preferendo rilanciare il vecchio, a cominciare dal suo ancestrale sovrano “diritto alla guerra”. Ciò facendo i poteri dell’Occidente hanno abdicato alla responsabilità di guidare il corso storico, mettendo tutto nelle “mani invisibili” del Mercato, del quale si sono fatti sudditi, guardiani e sacerdoti. E questo lo dice pure Tremonti, dal fondo del pensiero reazionario Ma poiché il meccanismo così innescato ha creato isole di ricchezza in un oceano di naufraghi, incrementando povertà, insicurezza e disordine, la politica si è fatta polizia per domare terroristi e riottosi, alzando il livello di violenza preventiva e repressiva e mettendo sotto i piedi verità, diritto, Costituzioni e Convenzioni internazionali, ivi comprese quelle umanitarie. E questo non lo fa solo Tremonti, lo hanno fatto classi dirigenti di destra e di sinistra, anche in regimi inutilmente bipolari.
Oggi non solo c’è bisogno di tornare alla politica da cui molti con giusto disappunto si sono allontanati, come hanno fatto due milioni e mezzo di nuovi astenuti nelle ultime elezioni, ma c’è bisogno di una politica “altra”; né del resto alla vecchia politica questo ritorno sarebbe possibile, né ad essa possibile l’approdo dei giovani; c’è bisogno di una ricostruzione della politica come un “essere per gli altri”, a cui tutti sono chiamati. Perciò rivolgiamo questo
APPELLO ALLE DONNE E AGLI UOMINI CHE VOGLIONO OPERARE PER LA GIUSTIZIA
per un ritorno alla politica. Proponiamo pertanto di promuovere con il nome di Sinistra cristiana una rete di Gruppi, di aggregazioni e di servizi “PER LA COSTITUZIONE, LA LAICITA’ E LA PACE”: cioè per l’unità degli uomini nella giustizia e nel diritto, per la responsabilità comune di “credenti” e “non credenti”, per la crescita del mondo. Dire Sinistra cristiana non significa qui riferirsi alla pur positiva esperienza che ebbe questo nome dal 1938 al 1945, né crearne oggi una nuova, ma fare appello a quella sinistra cristiana che è già nel Paese ed è nascosta nel fondo di molti di noi. Ciò comporta una scelta di campo di sinistra, cosa che in un’Italia drasticamente divisa in due sole parti politiche non significa più sposare una determinata ideologia, ma assumere il peso della contraddizione, mentre della sinistra rivendica la dignità, contro tutte le delegittimazioni e diffamazioni.
Si tratterebbe di dar vita ovunque sia possibile, nel territorio nelle istituzioni e nelle assemblee elettive, a un “Servizio politico” che da un lato abbia lo scopo di favorire la partecipazione politica dei cittadini, offrendo loro, indipendentemente dalle rispettive opinioni, dei servizi e degli aiuti per agevolarli nell’adempimento dell’art. 49 della Costituzione; dall’altro che abbia lo scopo, come parte tra le parti, di promuovere in modo associato iniziative, corsi e scuole di formazione politica, riattivare canali di comunicazione coi giovani, elaborare culture, soluzioni e proposte legislative, intervenire nel dibattito pubblico e, se necessario, partecipare anche direttamente all’azione politica per concorrere a determinare con metodo democratico la politica nazionale e instaurare la giustizia e la pace tra le nazioni, sempre promuovendo alternative costruttive e nonviolente nei conflitti; e ciò entrando nelle contraddizioni in atto, tra cittadini e stranieri come tra uomini e donne, tra regolari e clandestini, tra necessari ed esuberi, e cercando di ristabilire i legami tra il quotidiano, la cultura, la politica e una speranza nuovamente credibile; sapendo che se non subito si può cambiare il mondo, si può intanto cambiare il modo di stare al mondo.
La definizione di questa rete di Gruppi e di iniziative come “Servizio politico”, intende non solo identificare il criterio della politica nel servizio e non nel potere, ma anche riprendere la radicale illuminazione secondo la quale il vero modo per evitare che nella vita collettiva gli uni siano nemici degli altri, è che tutti si riconoscano servi gli uni degli altri.
Il nome di Sinistra cristiana, poi, non comporta un’identificazione confessionale, che in nessun modo può confondersi con una divisa politica, ma intende alludere a un mondo di valori, tutti negoziabili, ossia non imposti, purché prevalgano l’amore e la libertà, vuole indicare come discriminante il principio di eguaglianza e, nel conflitto, significa fare la scelta dei poveri delle vittime e degli esclusi. Si tratta dunque di un nome nuovo che si riferisce tuttavia a una ricca e variegata tradizione di impegno politico che va da Murri a Sturzo a Dossetti, dai cristiani della Resistenza ai “professorini” della Costituente, da Rodano a Ossicini a Gozzini, dalla cruenta testimonianza di Moro a quella della salvadoregna Marianella Garcia Villas, che hanno attraversato il Novecento italiano.
Quanti intendono associarsi a questo appello sono invitati a farsi promotori delle relative iniziative nelle realtà a cui ciascuno appartiene, salvo poi ogni possibile coordinamento. E se per ottenere risultati è necessario coinvolgere molti, anche due o tre che si riuniscano per queste cose già compendiano tutto il significato dell’azione.
Per un incontro di carattere nazionale, da convocarsi a settembre, si può prevedere fin da ora di mettere all’ordine del giorno, come primissime urgenze, il ritorno alla rappresentanza proporzionale senza snaturamenti maggioritari, e l’affermazione del principio che i diritti sono uguali per tutti: dove la proporzionale è la condizione per non dare troppo potere a qualunque “sovrano del popolo” e perché anche una minoranza possa continuare a rivendicare diritti uguali per tutti contro maggioranze che li neghino.
Raniero La Valle, Patrizia Farronato, Giovanni Galloni, ex vice-presidente del Consiglio superiore della Magistratura, Rita Borsellino, Adriano Ossicini, presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica, Carla Busato Barbaglio, Mimmo Gallo, magistrato di Cassazione, Giuseppe Campione, presidente della Regione siciliana nel 1992-93, Boris Ulianich, storico del cristianesimo, Giacoma Cannizzo, ex sindaco di Partinico, Annamaria Capocasale, segretaria della Scuola “Vasti”, Roberto Mancini, ordinario di filosofia teoretica all’università di Macerata, Amelia Pasqua, don Mario Costalunga, Laura Brustia, Francesco De Notaris, Agata Cancelliere, insegnante, Giovanni Franzoni, ex abate di San Paolo, Renata Ilari, Giovanni Avena, direttore editoriale di ADISTA, Emilia Carnovale, Giulio Russo, responsabile del Centro di servizi per il volontariato, Nicola Colaianni, giurista, Padre Nicola Colasuonno, direttore di Missione oggi, Donatella Cascino, Pasquale Colella, ecclesiasticista, Franco Ferrara, sociologo, Padre Alberto Simoni, direttore di Koinonia, Bernardetta Forcella, insegnante, Giovanni Benzoni, Angelo Bertani, giornalista, Enrico Peyretti, Francesco Comina, Chiara Germondari, Ettore Zerbino, Alessandro Baldini (Comitati Dossetti per la Costituzione, Associazione “Salviamo la Costituzione”), Claudio Bocci, Antonio Cascino, Anna La Vista, Federico D’Agostino, sociologo, Pasquale De Sole, Franco Ferrari, Gianvito Iannuzzi, Luca Kocci, Angela Mancuso, Gianfranco Martini, Giuseppe Mirale, Francesco Paternò Castello, Maria Antonietta Piras, Fiammetta Quintabà, Corrado Raimeni, Maurizio Serofilli (Comitati Dossetti per la Costituzione), Gabriella Saccami Vezzami, Luca Spegne, Maria Rosa Tinaburri, Paola e Claudio Tosi, Angelo Cifatte, Piero Pinzauti, Nanni Russo, avvocato, ex senatore, Alessandra Chiappini, presidente dell’Istituzione Servizi educativi, scolastici e per le famiglie del comune di Ferrara, Enrico Grandi, prof. Ass. di anatomia patologica all’Università di Ferrara, Franco Borghi, Tonio Dell’Olio, Pax Christi, Nando e Paola Peloso, Antonio De Lellis, Giovanni Bianco, giurista, Adele Tomassini, Nadia Neri, psicanalista, Mauro Murino, dirigente scolastico, Carlo Crocella, Mario Corinaldesi, Carlo Ciarrocchi, insegnante di religione, Pio Russo Krauss, medico, Nazzareno Serra, Fabio Ragaini (Gruppo Solidarietà), Gabriella De Blasi, insegnante di informatica, Antonio Esposito, funzionario P.A., Anna Doria, insegnante, Gabriele Grassi, Giovanni Dazzi, infermiere, Adriano Declich, giornalista, Orietta Citoni Declich, insegnante, Francesco Auricchio, insegnante, Giovanni Cresci, astronomo, Antonello Miccoli, Giovanni Panettiere, giornalista, Pierangelo Monti, insegnante di religione, Pippo La Barba, giornalista, Andrea Volpe, ingegnere, Simone Triglia, Carola Gugino. Pasquale Iannamorelli, “Quale vita”, Renzo Dutto, Massimo De Magistris, studente, Citto Saija., Fiorella Ferrarini, assessore scuola di Quattro-Castella (R.E.), Amedeo Tosi, giornalista, Lauro Magnani, Walter Loddi, insegnante, Adelina Bartolomei, psicologa, Chino Piraccini, Nadia Piraccini, Rosa Pia Bonomi, Paolo Bertagnolli, Gianfranco Magalini, avvocato, Redazione di “Cercasi un fine”.
Roma, 10 luglio 2008.
Per aderire a questo appello si può utilizzare l’ospitalità di Adista inviando una mail all’indirizzo manifestosinistracristiana@adista.it, specificando nome, cognome, indirizzo, professione e recapito postale telefonico e informatico, e mandando un contributo simbolico di 10 euro per le spese; si può usare, anche per inviare maggiori contributi, il conto di “Pace e diritti” presso la BNL del Senato, IBAN IT36V0100503373000000010470, oppure il Conto corrente postale n. 10654507 intestato a “Comitato per i campi di pace in Toscana”, v. Valdibrana 23, 51100 Capostrada. I firmatari saranno poi invitati a una riunione costituente per decidere come condurre il seguito dell’iniziativa.
Perché questo appello. L’idea è nata nei circoli della Scuola di antropologia critica “VASTI, che cos’è umano?”, al termine di un ciclo di seminari dedicato alla convivenza in cui si sono anche discussi i più recenti contributi in tema di teoria generale del diritto e della democrazia e di rapporti fede-mondo. Il punto di partenza è stato l’analisi della gravissima crisi interna e internazionale, giunta ormai nel nostro Paese, con la lotta agli immigrati, i Rom trattati come lo furono gli ebrei e con la sottrazione dei processi ai giudici, ad attaccare gli stessi diritti primari di libertà ed eguaglianza; ed è giunta nel mondo, con la scelta di produrre petrolio invece di cibo, di costruire muri invece di porte e di armare la vita quotidiana, a dare per perduta e nemica una gran parte della popolazione della terra. Tutto ciò rischia di risolversi in un fascismo strutturale sia in Italia che nel mondo.
E in tali frangenti i cristiani dove sono? E Dio dov’è? Le autorità della Chiesa si fanno vedere, ma i cristiani non ci sono. Prima di tutto non ci sono perché non c’è più il popolo, che pur doveva essere il grande protagonista della democrazia; il popolo non c’è perché all’economia non serve, quando riduce i cittadini a clienti, i sindacati lo hanno perduto, intenti come sono a salvare il salvabile (ed è poco) con il concerto piuttosto che col conflitto, e i politici si nominano da soli. Fuori del popolo, inteso come organismo, le famiglie ideali non ci sono, le identità franano nell’amalgama della secolarizzazione di massa e le differenze finiscono in ostilità non più politicamente mediate.
Ma i cristiani non ci sono anche perché sono caduti in equivoco sulla laicità. Hanno creduto anch’essi, come fa la modernità, che la laicità consista nel non essere o non manifestarsi credenti, mentre essa consiste nel vivere ogni realtà creaturale come profana e non come sacra, cioè disponibile all’uomo, non sottratta all’uso e alle responsabilità comuni, non gravata da riserve e da interdetti, non sequestrata da specialisti togati a ciò specialmente consacrati. Questa laicità non si contrappone a fede o a religione, perché il sacro non è la stessa cosa di Dio, non è la stessa cosa della Chiesa ma, fuorviato, diventa piuttosto la custodia cautelare con cui Dio è tenuto sotto controllo, la forma del suo esilio dal mondo, del mettersi al riparo da lui, una contraffazione e una copia di Dio, come si può sapere almeno da quando Gesù di Nazaret, come dice il vangelo, ce lo ha fatto “vedere”.
Per far fronte alla crisi anche i cristiani ci vogliono, ed è strano che la sinistra se lo sia dimenticato mentre il partito comunista lo aveva capito. Ma non ci vogliono i cristiani come categoria politica, perché questo significherebbe ricadere in vecchie pratiche integriste e confessionali, bensì ci vogliono come il grido che reclama una qualità della politica che dovrebbe essere a tutti comune. Una qualità della politica che l’imperatore Giuliano riconosceva ai cristiani, quando nel ripristinare il paganesimo, voleva però emulare e anche superare l’amore che essi mettevano nella vita sociale; una qualità della politica che consiste “nell’agire in modo che comportamenti atti o scelte nell’operare quotidiano non siano spiegabili soltanto sulla base di mere opportunità politiche o di convenienze personali”, come rispondeva don Giuseppe De Luca a chi lo interrogava sullo specifico cristiano nell’azione comune con i non credenti; una qualità che consiste nel non contentarsi di aver vinto ma andare oltre per una ulteriore giustizia, come diceva don Lorenzo Milani a Pipetta; nel mantenere sempre “un principio di non appagamento” rispetto a ogni società data, come diceva Aldo Moro; nel percepire che “l’altro non va solo rispettato, ma amato; che l’altro non è solo una persona, è anche un fratello, che la libertà dell’altro non solo è il limite della libertà mia, ma è la condizione della libertà mia, che se l’altro non è libero non sono libero neanche io”, come diceva Claudio Napoleoni quando si chiedeva “se solo un Dio ci può salvare”; una qualità della politica che consiste nel ricordarsi che la cosa più importante non è difendere la propria sicurezza e la propria vita, perché la speranza supera la sicurezza e la vita si può perdere per guadagnarla. In ciò, almeno nell’ambito di quella piccola scuola, ma non solo in questa, si sono trovati e sono d’accordo cattolici e valdesi, cristiani e non cristiani, “credenti” e “non credenti”.
A settembre il Forum sociale europeo. Come partecipare
10 Lug 2008
A settembre il Forum sociale europeo. Come partecipare. Il 15 luglio incontro a Roma
di Nicola Atalmi e Gino Barsella
Compagne e compagni,
Dal 17 al 21 settembre 2008 si svolgerà a Malmo, in Svezia, il Forum sociale europeo.
Presi un po’ dalla crisi del dopo elezioni, noi del Pdci abbiamo perso qualche passaggio. Siamo infatti ormai fuori dalla possibilità di organizzare seminari, in quanto i termini sono ampiamente scaduti.
Nulla ci impedisce però di partecipare – come partito e con le nostre associazioni o Enti locali – e anzi sarà bene partecipare il più possibile e il meglio possibile. Soprattutto quelli tra voi che sono coinvolti nelle amministrazioni di Enti locali, e hanno quindi maggiori facilitazioni per eventi di questo tipo, farebbero bene a impegnarsi per essere presenti e portare contributi.
È possibile anche prenotare stand (banchetti e sedie) di diversa grandezza. Hanno costi diversi a seconda siano usati per vendita (libri, prodotti equo solidali, materiale) o solo per la distribuzione gratuita di materiale. Sul sito del Fse trovate tutte le informazioni: www.esf2008.org.
Chi è interessato a partecipare è bene che inizi a prenotare viaggio e alloggio. Il Forum si terrà a Malmo in Svezia, che è collegata a Copenhagen da un ponte e da una ferrovia. Il viaggio in treno è lungo 30 minuti, più o meno. Per i voli aerei è dunque sicuramente più conveniente prenotare voli per e da Copenhagen. Malmo è una città piccola. Non aspettate l’ultimo momento per cercare alloggio! Sul sito FSE trovate indicazioni su alberghi in città che possono essere prenotati via internet. Conviene anche fare una ricerca sui siti commerciali. Cercate anche a Lund, che è molto vicina (10 minuti di treno) e anche a Copenhagen. È prevista anche l’accoglienza in ostello e in campeggio. Per il campeggio, saranno predisposte tende collettive e sarà possibile portare la propria tenda. Per informazioni ulteriori, andate sul sito o scrivete a accomodation@esf2008.org .
Fra poco tempo, e vi informeremo subito, sarà attivo il sistema per le registrazioni individuali sul sito. Le quote per le persone sono: quote standard, 40 euro; quote per giovani sotto i 22 anni, disoccupati e pensionati, partecipanti dall’est europeo, 20 euro; quote per giovani, disoccupati e pensionati dei paesi dell’est europeo, 10 euro. È possibile registrarsi come volontari, e svolgere qualche lavoro necessario alla vita del Forum; in questo caso non sono richieste quote di partecipazione. Anche le organizzazioni dovranno pagare una quota (dai 50 ai 250 euro) a seconda della grandezza e della capacità finanziaria.
QUALCHE INFORMAZIONE SUL PROGRAMMA DEL FSE
Mercoledì 17 settembre alle ore 18.00 il Forum sociale europeo si aprirà con un evento politico culturale.
Giovedì e venerdì si terranno i seminari e le assemblee autorganizzate, divisi in tre fasce orarie dalle 9.30 alle 21.00. Il lavoro di accorpamento dei seminari cerca di superare la solita iper-frammentazione del programma, di favorire la discussione fra le diverse reti e organizzazioni presenti. Molti sono quest’anno i seminari legati alla riflessione politica e culturale, oltre che quelli utili a rafforzare reti e campagne.
Sabato mattina ci saranno ancora seminari e assemblee tematiche. Il pomeriggio ci sarà una manifestazione.
Domenica si terranno gli ultimi seminari, l’assemblea dei movimenti sociali e un evento di chiusura.
Durante tutti i giorni del Forum si svilupperà un ricco programma culturale.
Per la prima volta davvero, le organizzazioni dell’Est europeo saranno presenti con delegazioni numerose e saranno pienamente protagonisti del programma e delle dibattito.
Sarà garantita la presenza di numerosi esponenti dei movimenti degli altri continenti.
Sia dal punto di vista del programma che da quello del pluralismo delle organizzazioni coinvolte, questo Forum Sociale Europeo pare segnare un momento interessante e significativo di ripresa del processo che arriverà nel 2010 a Istanbul con una nuova edizione del Forum.
NEL 2009 IL FORUM SOCIALE MONDIALE SI TERRÀ A BELEM, IN AMAZZONIA
Per aggiornare tutte le informazioni e fare il punto sul Fse di Malmo e guardare avanti al Fsm du Belem (visita il sito www.fsm2009amazonia.org.br per commenti e suggerimenti),
IL COORDINAMENTO ITALIANO PER IL FSM E IL FSE SI RIUNIRÀ A ROMA (PRESSO L’ARCI IN VIA DEI MONTI DI PIETRALATA), MARTEDI 15 LUGLIO, ORE 14.30.
Il 15 di luglio si sarà tenuta a Bruxelles l’ultima riunione del Gruppo programma per il Fse di Malmo. E sarà appena terminata a Belem la riunione del Gruppo metodologia che definirà lo schema del programma del Fsm di Belem e le modalità di iscrizione.
Prima della pausa estiva, sarà allora utile incontrarsi per scambiarsi le ultime informazioni. Malmo arriverà molto presto dopo le vacanze! E ci sono cose da cominciare a pensare per Belem.
Responsabilità, solidarietà, pace. Ripartire da qui per ricostruire la Sinistra - di Raffaella Chiodo
10 Lug 2008
Responsabilità, solidarietà, pace. Ripartire da qui per ricostruire la Sinistra
di Raffaella Chiodo
C'è qualcosa di insopportabile,che rimorde la coscienza e che mi fa provare una enorme vergogna. Una vergogna tutta italiana, europea, occidentale. Donne uomini e perfino bambini che si aggrappano alle reti per la pesca di tonni, nel disperato tentativo di passare "al di qua". Stare "al di qua" è una conditio sine qua non per vivere. L'alternativa è comunque la fine di una speranza di futuro, anzi di presente. E' l'Africa che bussa alle nostre porte. E' l'Africa che presenta il conto senza chiedere i pur legittimi risarcimenti che gli sarebbero dovuti, se si facesse ciò che Mandela e la societá civile africana, la sua immensa diaspora che oggi è stata anche formalmente riconosciuta quale sesta regione dalla Unione Africana, chiedono. E' il migrare che di secolo in secolo si è ciclicamente manifestato e realizzato, senza che alcuno potesse fermarlo. In Italia c'è una societá civile attivissima che opera quotidianamente e ci restituisce una dignitá e mitiga la mia vergogna. Troppo spesso è questa che fa il mestiere della politica che i partiti non hanno saputo, ma anche voluto, fare e proporre. Una confusione di ruoli che non ha aiutato nessuno. Nè per la politica a fare la propria parte, né ai movimenti di svolgere un sano rapporto in autonomia che appunto inchiodasse la politica al ruolo che le è proprio.
Ma il panorama che oggi emerge con prepotenza è il mondo di egoismi che sta a guardare. Non solo la criminalizzazione dell'immigrazione clandestina. L'opinione pubblica,i vicini di casa,i passeggeri del metrò, che assistono con l'indifferenza che gli è data prima di tutto dai media che snocciolano i dati, come si trattasse di pura e asettica amministrazione. Eppure sono dati che dovrebbero sconvolgere tutte e tutti: un giorno i morti sono 140, il giorno dopo "molti meno"..solo 30 e via così, fluttuando solo in base alle condizioni climatiche più o meno favorevoli.
Non è una calamità, un maremoto, un ciclone, bensì è la parte di deflusso dell'imbuto più palpabile e visibile quali sono l'Italia è l'Europa oggi, attraverso la quale giungono a noi gli effetti di tutte le malefatte dei secoli di sfruttamento e rapina perpetrati prima con la deportazione degli schiavi, e poi le risorse,colonialismo in Africa e altrove.
Mi accorgo che sono anni che scrivo le stesse cose. Non perché mi manchi la fantasia, piuttosto perchè le cose del mondo hanno avuto evoluzioni tutt'altro che di emancipazione, di progresso per l'umanitá. Piuttosto di involuzione. Come denunciano non solo le associazioni le ong della solidarietá dei movimenti ma pure le agenzie dell'ONU e come ormai ammettono le istituzioni finanziare internazionali.
Quando ho cominciato a frequentare il mondo della cooperazione e solidarietá internazionale, alla fine degli anni '70, ricordo si parlava dell'ipotesi del "decennio dello sviluppo" che avrebbe consentito ai paesi usciti dal giogo coloniale l'apertura di un'era di riscatto e di costruzione di sviluppo che avrebbe cancellato il divario fra popoli poveri e quelli cosiddetti ricchi. In quel contesto internazionale e italiano nacquero il meccanismo dei prestiti che poi portarono al ciò che oggi sappiamo era destinato ed essere il vertiginoso e insostenibile processo di indebitamento. Il debito estero che attualmente impedisce ai paesi impoveriti di perseguire perfino gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio riutenuti a loro volta giá minimi dall'ONU e frutto di compromessi al ribasso ben poco generosi da parte dei paesi fortunati...quelli che appunto, sono "al di qua" del muro della povertá. E' noto che una gran parte delle risorse necessarie a finanziarie la salute, l'istruzione, politiche di genere per l'empowerment delle donne, la tutela dell'ambiente, vengono sottratte proprio per pagare gli interesso usurai del debito estero.
Nacque allora pure la cooperazione italiana. Una bella stagione,pur con tutti i suoi limiti, che portó alla legge 49 che ancora oggi la disciplina e che a mio parere dopo le promesse e le speranze suscitate e poi soffocate dal governo Prodi per la sua necessaria riforma e adeguamento, se vi mettessero le mani oggi, temo seriamente per la strada che questa riforma potrebbe prendere. Tutt'altro rispetto a quanto voluto dal mondo della soldiarietá e dagli Enti Locali, attori della cooperazione decentrata, che ad esempio con gli Stati Generali della solidarietá e cooperazione chiesero a gran voce interloquendo con l'allora Vice Ministra Patriza Sentinelli e il Ministro degli Esteri d'Alema. Era allora una cooperazione italiana sorta sulla spinta responsabile e fortemente politica e sull'onda di una forte tradizione di solidarietá internazionale del nostro paese, sia dei cittadini, dei movimenti che dei partiti, ma pure di molti amministratori locali che giocarono spesso ruoli di grande rilievo politico internazionale. Un esempio estremamente significativo è stato il Mozambico, dove non a caso si è giunti dopo tanti anni di solidarietá e cooperazione, alla realizzazione di negoziati di pace conclusi con la sigla di accordi di pace che ancora oggi sono un esempio di successo e di efficacia,purtroppo rarissimo nello scenario attuale. Cosa rende questo argomento legato al dibattito di oggi sulla necessitá della sinistra?
Sappiamo ormai, poichè è storia degli ultimi 30 anni, che a quel decennio seguirono, politiche che furono spesso giudicate inadeguate o perfino nocive. Oggi l'estremo messaggio che ci arriva dall'Africa è da un lato quello del disperato desiderio di arrivare qui per costruire un futuro, ma anche "del vostro sviluppo non sappiamo cosa farcene..anzi, ha distrutto le nostre capacitá autonome di sviluppo, che avrebbero forse potuto essere costruiti sulla base di nostri modelli e non sui vostri..come gli aggiustamenti strutturali, estrema espressione del liberismo, di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale."
Ma le spinte di responsabilitá (che oggi preferisco al solo concetto di solidarietá) che vennero in quel primo decennio contavano su una presenza attiva del mondo politico, della sinistra. Parliamo del Berlinguer, che con il prezioso contributo di Tom Benetollo (quanto lo rimpiango in queste ore, giorni, mesi di smarrimento per la sinistra italiana...) diede vita alla Carta per la pace e lo sviluppo. Qualcosa che oggi risulterebbe marziana agli occhi PD di Veltroni e guarda caso potrebbe invece essere consona a movimenti altermondialisti che in Italia e nel mondo si battono per invertire la rotta di un pianeta impazzito.
C'erano in Europa a guidare gli stati, persone del tenore di Olof Palme, Willy Brandt. Pur in un quadro tutt'altro che roseo, della perversa logica dei blocchi e della corsa agli armamenti, c'era una consapevolezza politica che io sento propria di una sinistra che appunto definisce strategie e programmi di respiro globale a partire dalla responsabilità dei territori locali dove nasce e opera per una vita dignitosa per tutte e tutti,qui e in tutto il mondo.
Solidarietá a Ponticelli? a Verona? a Castel Romano? Tor di Quinto? E' a partire dalla ricostruzione delle relazioni fra persone, cittadini, popoli e culture che possiamo ridefinire e dimostrare se una sinistra esiste e sa costruire un programma composito e concreto da proporre e accreditare tra i cittadini e riconquistandone la fiducia e il rispetto. Mi aspetto, da noi tutte e tutti che nelle diverse aree della sinistra agiamo, una capacità di lavorare a una nuova forza della sinistra che sappia interloquire con tutta la sua politicità nel senso più alto e pulito del termine e la responsabilità che le compete, con quelle donne e gli uomini che nell'associazionismo e le ong e i movimenti che continuano a battersi per una società e un mondo più giusti.